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Venerdì 30 gennaio 2015

Interessante dibattito con forze dell’ordine e cittadini. Le storie di chi ha pagato a causa di amministratori inadempienti e gravi ingiustizie. E un poliziotto fermato dal "mondo di sopra".

 

Gli Assiri, i babilonesi e, fino all’avvento di Gesù, anche gli Ebrei ritenevano che la malattia fosse il castigo divino come conseguenza del peccato.

Ci si guardava dagli ammalati per non contaminarsi. Quando Giobbe, il giusto, si ammala e perde tutto, la gente prende le distanze, lo isola. Chi soffre ha sbagliato. La malattia è una colpa. E anche la disgrazia.

Oltre tremila anni dopo, le cose non sembrano cambiate. Nel dolore si è soli, abbandonati anche dagli amici, come se l’assassinio di un figlio, nella sua disperazione, sia la punizione per chissà quali crimini e misfatti. Ed è prudente stare alla larga.

È successo purtroppo anche a Morena, dove i genitori di Edoardo Sforna, ucciso a colpi di pistola da due criminali il 23 agosto 2011 davanti a una pizzeria di via Frascineto, ancora lottano per conoscere la verità.

Eppure gli inquirenti sanno di una banda emergente nel territorio di Ciampino, dedita allo spaccio di droga, che proprio in quella zona contendeva il territorio ai Casamonica. Edoardo era un bravissimo ragazzo, si è trovato nel posto sbagliato. C’era chi ha sentito, c’era forse chi ha visto. Ma anche a Morena, come in Sicilia, si ha paura a parlare. Meglio farsi gli affari propri. “Tanta – ha raccontato sconfortata la mamma Marina – tantissima gente che frequentava la nostra famiglia ci ha abbandonati”. Da soli, i genitori di Edoardo – straziati dal dolore – stanno affrontando da ormai tre anni un calvario fatto di reticenze e di silenzi da una parte e di sospetti da parte delle persone che consideravano più vicine.

È stata una delle più toccanti testimonianze nel corso dell’incontro: “Nei Quartieri e nei territori privi di Legalità e Giustizia si sviluppano mafie e corruzione”. Il dibattito, ospitato presso i locali della parrocchia Sant’Anna di via Torre Morena, è stato promosso dai Circoli romani de “I Cittadini Contro le Mafie e la Corruzione” e fortemente voluto da Bruno Panuccio, il papà di Sara, tragicamente scomparsa insieme alla compagna Francesca il 20 aprile 2010 a Ventotene e dai genitori di Edoardo, Antonio e Marina Sforna.

IL MONDO DI SOPRA, IL TERZO LIVELLO

Insieme a loro, anche con il supporto di filmati e servizi televisivi, sono intervenuti esponenti delle forze dell’ordine, ex poliziotti, imprenditori. Persone che hanno raccontato storie vere, storie di malagiustizia. Storie di criminali e istituzioni deviate. Storie del mondo di sotto guidato dall’imprenditoria politica, dal mondo di sopra balzato agli onori delle cronache dopo le intercettazioni telefoniche e ambientali legate all’indagine su Mafia Capitale. Storie che raccontano quanto è difficile, a volte impossibile raggiungere la verità. Storie che ci inquietano, commuovono, destano indignazione. Rabbia nel constatare la solitudine del dolore, la sofferenza sulla strada tortuosa che si spera un giorno porterà alla giustizia, una strada che purtroppo inizia con la morte assurda di un figlio, con l’impossibilità di fare impresa in modo pulito, con la corruzione di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica.

Storie di ordinaria assenza dello Stato. Peggio, di istituzioni che sanno ma omettono, che vedono ma nascondono, osteggiando chi ha fame di giustizia e di verità, siano essi familiari di vittime o pubblici ufficiali. Storie che, come denominatore comune, hanno il potere. E il denaro.

Un governo serio, ha affermato un sindacalista di polizia presente al dibattito, dovrebbe agevolare il controllo dei flussi di denaro, perché controllando il percorso dei milioni si riesce anche a individuare i pupari. Negli anni Ottanta fu l’intuizione del Giudice Falcone, la leva con la quale mise spalle al muro gli intoccabili, gli amici degli amici legati alla politica, agli appalti, aprendo scenari sul cosiddetto “terzo livello”.

La storia di Giovanni Falcone la conosciamo bene. Fu ostacolato in tutti i modi. In Sicilia, affermò il giudice poco tempo prima della strage di Capaci, “si muore generalmente perché si è soli, perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno”. Quando cioè lo Stato non protegge i suoi servitori. Ma non succede più solo in Sicilia. Il modello mafia è stato esportato.

Per trent’anni ci hanno fatto credere che fosse un fenomeno al di là dello Stretto. Oggi il crimine organizzato non solo bussa alle porte di Roma. È penetrato, ha messo radici nel cuore delle istituzioni.

UN POLIZIOTTO SCOMODO

Anno 2003. Ostia, Roma. La squadra mobile indaga sulla criminalità organizzata del quartiere lidense. Un manipolo di poliziotti guidati da Gaetano Pascale pedina, nasconde cimici, rintraccia prove. Si infiltra nella più temibile banda locale.

Pascale oggi insegna il mestiere agli investigatori americani. Ma dieci anni fa era un servitore dello stato. Con i suoi uomini, nonostante gli scarsi mezzi tecnici in dotazione, riuscì a intercettare la banda Fasciani, i nuovi padroni di Ostia dopo il tramonto della Banda della Magliana. Notti insonni passate a pedinare, ad ascoltare conversazioni tra criminali, a cercare prove e riscontri. E ne avevano trovati. Erano in grado di inchiodarli. Ma una mano oscura li fermò. Non un criminale né una banda, la squadra mobile fu fermata dallo Stato, dal mondo di sopra. Quello della politica imprenditoriale mafiosa che, per prosperare, si avvale del sottobosco criminale.

Pascale e i suoi avevano gli elementi per far condannare i Fasciani dieci anni prima dell’inchiesta “Nuova Alba”. Ma fu loro impedito. “Non si doveva parlare di mafia a Roma, perché non si doveva sapere delle connessioni tra politica, imprenditoria e criminalità”.

Sempre a Ostia è ambientata la storia, purtroppo altrettanto vera, di Enrico e Valerio, due giovani imprenditori che, diventando soci di un’azienda a loro insaputa legata alle famiglie criminali della zona, sono entrati in un incubo umano ed economico. L’azienda era dedita al riciclaggio. Quando si accorgono della truffa, decidono di denunciare, ma le stesse istituzioni locali non li spalleggiano. Enrico e Valerio perdono tanti soldi. Decidono poi di aprire un’altra società ma la mafia locale li osteggia in tutti i modi: prima offre loro di partecipare al crimine, poi – ricevuto il diniego – scatena l’offensiva. Con metodi mafiosi, ben noti a chi ha conosciuto e combattuto Cosa Nostra. Ancora Falcone: “Già da molto tempo la mafia funge da modello per la criminalità organizzata. Ne consegue che questa sostanziale unitarietà del modello organizzativo consente di utilizzare il termine mafia in senso ampio per tutte le più importanti organizzazioni criminali”.

Ci sono diversi tipi di mafia. Anche i cittadini che votano ed eleggono un candidato che promette loro scorciatoie, anche questo è, in nuce, un gesto mafioso.

IL CORAGGIO DI UN PADRE CONTRO L’OMERTÀ

C’è la mafia che uccide (nel 2014 a Roma sono state uccise 27 persone, oltre ad altri 7 omicidi preterintenzionali. Di questi, il 70% sono di estrazione mafiosa). C’è la mafia degli affari e quella creata localmente dal piccolo politico. La mafia nelle amministrazioni pubbliche, quella che cerca di impedire ai politici onesti di svolgere la propria attività.

Amministratori che usano istituzioni e burocrazia, mettendo all’opposizione il bene comune. Anche questa è mafia.

Ventotene, 20 aprile 2010. Una frana travolge e uccide due ragazze di Morena mentre erano in gita con la scuola media Anna Magnani. Una tragedia che si poteva evitare, perché la zona dell’incidente da anni era segnalata come pericolosa. Ma Sindaco, tecnici e amministratori negano responsabilità. A loro avviso l’evento non era prevedibile. Eppure l’intero costone di roccia che ha travolto le incolpevoli ragazze era pericoloso e andava messo in sicurezza. L’isola era stata classificata ad alto rischio idrogeologico. Da anni. Sarebbe bastato un semplice cartello di pericolo. Pochi centesimi di euro per evitare incidenti, commenta Bruno Panuccio. Ma a Ventotene qualsiasi metro di spiaggia è prezioso per fare turismo. E gli stessi cittadini, ha spiegato, hanno spalleggiato l’amministrazione per ostacolare la ricerca della verità. Per evitare che le indagini potessero far emergere le responsabilità e dare luogo a provvedimenti di chiusura della spiaggia di Cala Rossano. Addirittura, racconta Panuccio, la stessa amministrazione postale dell’isola ha ostacolato il recapito degli atti giudiziari. Testimoni che, il giorno prima di andare in aula, ritrattano. Insomma, un sistema di connivenze e omertà davanti al quale Bruno, il papà di Sara, non si è scoraggiato. Con decisione e perseveranza sta portando avanti la sua battaglia per avere verità e giustizia. Lo ascoltiamo, durante il dibattito a Morena, mentre snocciola date, fa nomi, indica responsabilità. Bruno, pur tra mille difficoltà e impedimenti, ha vinto la prima battaglia. La Procura di Latina ha infatti prima rinviato a giudizio e, circa un anno fa, condannato il Sindaco, l’ex primo cittadino, il capo dell’ufficio tecnico dell’isola e l’ingegnere del genio civile di Latina. Una sentenza “epocale”, l’ha definita Bruno, che fa giurisprudenza in quanto, dai tempi della tragedia del Vajont, per la prima volta stabilisce le responsabilità degli amministratori sull’obbligo di informare e tutelare la cittadinanza rispetto a pericoli di frane. Una sentenza che purtroppo non restituirà Sara e Francesca ai loro cari, ma inchioda chi aveva il compito di vigilare. E non lo ha fatto. E il prezzo della loro inadempienza è stato troppo caro.

LA SPERANZA

Dall’incontro di Morena è emersa l’esigenza di una coscienza civica. Insieme, si diventa incisivi. L'illegalità, la corruzione, gli abusi di potere si sconfiggono costruendo una società più giusta.

Nel 1992 Paolo Borsellino parlò davanti ai giovani della necessità, oltre alla repressione della criminalità, di “un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

La speranza è una buona cosa, forse la migliore di tutte. E la testimonianza vivente di Don Ciotti e di tanti semplici cittadini ogni giorno ci dà fiducia che un mondo migliore si può fare. Lui, il prete antimafia, ha chiamato la speranza con un pronome personale: “noi”. La speranza che risiede nel coraggio di ascoltare e rispondere alla propria coscienza.

Walter Scarpino